6 giugno 2011

Premio "Provincia cronica" (III edizione - sezione racconti)
Marco Amalfitano - Presto andrà meglio


La scarpa destra, modello teenager ribelle con le tasche piene di grana, pigia sull’acceleratore. Sono scarpe che anni fa compravano tutti. Ora oltre ad essere sporche e consumate sono anche fuori moda da un pezzo.
L’orologio sopra il cruscotto segna qualche minuto dopo mezzanotte.
Quelle scarpe lo fanno sembrare ancora più ridicolo, anziché ringiovanirlo pare che rendano i suoi capelli molto più brizzolati, soprattutto se abbinate a jeans scoloriti e graffiati da tagli chirurgici. O almeno questo è il concetto che volevano esprimere le sopracciglia eccessivamente inarcate di sua moglie circa quattro ore prima, mentre si accingeva a premere il tasto 0 nel piccolo ascensore, appoggiata con la schiena contro una delle pareti coperte da specchi e ronzanti faretti luminosi.
Il riverbero generato sui suoi occhiali dal verde opaco dell’orologio elettronico è l’unica nota di colore presente all’interno della vettura.
- Cosa ne pensi di quel sedicente benefattore che ha deciso di pagare la retta per la mensa alle famiglie dei bambini extracomunitari?
Lei allarga le braccia, sfiorando il cambio dell’auto con il polso avviluppato nella manica del giubbino. – Penso che sia proprio uno stronzo. Deve fare il bello a tutti i costi, quello che nella comunità è una spanna sopra gli altri perché ha i danè. Per me può andare affanculo, lui e tutti questi extracomunitari del cazzo. Anche noi siamo senza soldi, se la paga ai neghèr allora la pagasse a tutti la mensa.
- Si, infatti. Che cazzo si crede di fare? Poi bel messaggio che mandiamo. Venite da noi che tanto c’è un megalomane stronzo che paga la mensa ai figli degli immigrati! Credo che qualcuno dovrebbe fargli saltare in aria la macchina, così va a fare l’eroe da un’altra parte. E meno male che quest’anno per lo meno abbiamo votato un sindaco coi controcoglioni.
- Se appena arriviamo a casa sento ancora odore di merda e cibo etnico per le scale giuro che prendo la tanica della benzina, la verso sotto un paio di porte e poi gli dò fuoco. Pensa te se ci dovevano toccare pure dei vicini venuti dal Senegal.
- Che ti devo dire… Appena c’è qualche soldo in più cercheremo un affitto da un’altra parte. Vedrai che presto le cose andranno meglio. Domenica se fa bello andiamo a fare una grigliata al lago? Mi è venuta voglia di una fiorentina al sangue.
- Boh. Si… Basta che ti cambi le scarpe.
- E perché?
- Perché hai trent’anni, non venti. Hai visto com’erano vestiti l’Ale e la Roxy?
- Sembravano due operatori finanziari appena usciti da Wall Street.
- Appunto. L’ultima volta che li abbiamo invitati a cena da noi tu ti sei presentato in ciabatte, con il grembiule da cucina ancora addosso. E io mi sono vergognata come un cane.
- Vabè. Potevi almeno dirmelo subito. Saranno passati tre mesi…
- Spendo i miei stipendi da miserabile per regalarti roba firmata che non metti mai. E’frustrante.
- Volevo solo stare un po’ più comodo.
- Comodo ci puoi stare sul divano. O quando ti siedi sul cesso. Se usciamo di casa non mi va che la gente capisca che facciamo fatica ad arrivare a fine mese. Quindi non farmi più vedere quelle scarpe.
- Hai ragione. Non le metto più.
- Grazie tesoro. Ti amo.
- Anch’io ti amo. Presto le cose andranno meglio, vedrai. Alla tivù han detto che la ripresa economica è già iniziata. Comunque è stata una bella serata. L’Ale e la Roxy sono andati ad abitare un po’ in culo ai lupi ma ogni volta che li vedo capisco che non siamo cambiati per nulla. Con loro sto proprio bene. Lui è un tantino invecchiato, non ti sembra?
- …..
- Kia, mi senti?
- …..
- Kia, stai dormendo?
Si, Kia si era addormentata alla grande.
- Volante di merda – sussurra a bassa voce – Siamo rimasti tu ed io. Tu e questo cesso di macchina, tu e i cento chilometri che mi devo fare con due litri di vino in corpo e l’effetto della coca che tra venti minuti sarà andato a farsi fottere.

La periferia estrema della città, che faceva da prologo all’autostrada, era deserta e sinistramente grigia, disegnata da blocchi di cemento che ogni tanto parevano in espansione, come se volessero lievitare a tutti i costi. Sul tratto stradale che conduceva verso la Franciacorta si faceva fatica a contare le sagome di prostitute e travestiti in abiti appariscenti, che quanto meno avevano il pregio di macchiare con colori caldi e brillanti lo squallore della notte. Lui guardò Kia con la coda dell’occhio per essere sicuro che dormisse. Rallentò per osservare meglio un gruppo di nigeriane che parlavano tra loro scambiandosi una sigaretta. Avevano proprio dei fisici tonici, sprizzanti pensieri pornografici da tutti i pori. Guardava un po’ loro un po’ Kia, per paura che si svegliasse cogliendolo con gli occhi spalancati sul viale e quello che aveva l’aria di sembrare un bordello a cielo aperto.
Se mi mollasse domani per scappare col commercialista forse un giro qui verrei a farmelo, pensò fra sé e sé. Poi gli venne in mente che lì in mezzo potesse tranquillamente esserci anche la sua vicina di casa ed inorridì solo al pensiero.
Il vino picchiava in testa sempre di più, entro dieci minuti i suoi recettori cerebrali non avrebbero avuto neanche un millimetro di cocaina da bruciare ed allora sarebbero stati cazzi per rimanere svegli. Superata la rotonda potè notare sullo sfondo della strada l’immensa sagoma di un palazzone con un’enorme scritta incandescente al neon, simile al faro di un porto. – Grand Hotel Brun – bisbigliò tra le labbra appiccicose – Chissà per cosa cavolo sta Brun. Magari sta per bruno nel senso del colore, visto che è nero da far paura. Oppure sta per Bruno, nel senso che il proprietario si chiama Bruno ed è un maledetto megalomane che vuol vedere il suo nome scritto in mezzo alle nubi sulla punta di una specie di grattacielo. Qualunque cosa sia, questo Bruno nella sua vita ha sicuramente fatto qualcosa in più di me. Io un Hotel così non ce l’ho. Non ho neanche un bilocale per mia moglie e mio figlio, figuriamoci un Grand Hotel. Ma vai a farti fottere Bruno.
Gettò ancora lo sguardo verso il bordo della carreggiata, dove i corpi svestiti in vendita non accennavano a diminuire chilometro dopo chilometro. Tolse una mano dal volante ed attaccò ad armeggiare col condizionatore. Voleva spazzare via il velo di condensa che iniziava ad ispessirsi sui vetri e non gli permetteva di cogliere i minimi dettagli delle carni esposte lungo il marciapiede.
- Stai sbandando con la macchina fallito che non sei altro. Smetti di fissare le troie e guarda la strada che in quelle condizioni non ci arrivi vivo a casa!
Non era Kia ad urlare. Dormiva ancora con la testa inclinata ad angolo retto tra collo e finestrino, schiacciata contro la cintura di sicurezza. Sentì provenire quelle parole scandite a perfezione nei meandri del suo cervello dal signor Baricchi Giuseppe, il papà di Kia ormai defunto da un paio d’anni. Non aveva fatto in tempo a conoscerlo bene ma nelle rare occasioni in cui l’aveva incrociato, nonostante fosse già malato, era sempre riuscito ad incutergli un timore palpabile, con quegli occhi incavati in due fessure nere e mollicce che ogni volta sembravano volergli dire stai attento perché se fai del male a mia figlia troverò comunque il modo di torturarti. A dir la verità, quando lo vedeva aveva sempre l’impressione che lo trattasse come uno che gli ha ucciso la figlia appena il giorno prima in maniera cruda e premeditata.
- Signor sì, signor Baricchi – biascicò tenendo stretto il volante e volgendo finalmente la testa in direzione del parabrezza. Però sapeva anche che una volta entrati in autostrada, senza più prostitute da guardare, tenere gli occhi aperti sarebbe stata davvero un’impresa eroica.
- Signor sì, signor Baricchi! – ripetè poggiando la fronte sul volante e scoppiando in una singhiozzante risata – Porterò la sua amata figliola a casa sana e salva come sempre! - E rise ancora senza riuscire a fermarsi, con lo stomaco che dalle contrazioni quasi gli faceva male.Per quanto lo spirito del signor Baricchi aleggiasse rarefatto e angosciato sulla macchina e sulla notte umida, la morte non si spostò dal sedile del passeggero neppure per un secondo.

4 commenti:

  1. potente, un racconto di misura buzzatiana, dove il reale e il surreale si sfiorano; in cosi' poche righe, tanti e attualissimi temi.Enzo

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  2. Celentano diceva di qualcosa di positivo è 'rok' di qualcosa di negativo è 'lento'; questo racconto è rok.
    QUASI tutti gli altri sono 'lenti'.

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  3. Il racconto ha solo una scrittura alternativa, la storia è debole. Mari*

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  4. scusa Mari, ma hai mai letto qualche racconto di Moravia; qui non si tratta di storia debole, secondo me, ma di un pezzo di vita colto in un flash fulminante, che si carica di significati molteplici:l'estrazione sociale de personaggi colta nelle sue contraddizioni, il contrasto fra l'essere e l'apparire,la visionarietà del contesto ecc.
    Mi piace questo scambio di opinioni,se ti va, mi puoi controbattere,è come se potessimo anche noi partecipare alla fomulazione di un giudizio, ammesso che sene tenga conto.Enzo.

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